venerdì 24 dicembre 2010

Anche quest'anno ci siamo

Anche quest'anno ci siamo. E' Natale.
Da tempo mi interrogo su cosa si possa fare per rendere questa festività bisestile - non dico abolirla, mi basterebbe renderla bisestile - ma non trovo risposte. Sembra non ci sia soluzione. Ogni anno, piacca o meno, ci tocca questa "tassa".
Arriva il Natale, arriva la fine dell'anno - altra grande piaga: a fin d'anno bisogna divertirsi per forza... eccheppalle! - e arrivano i fantomatici buoni propositi per l'anno successivo. Non dirò più le bugie, non infamerò più le vecchiette che impiegano tre ore per attraversare sulle strisce, etc, etc. Le solite cose, insomma. Si ripensa all'anno che sta finendo e ci si domanda cosa compicciare in quello che sta per iniziare.
Ebbene, io lo so cosa compicciare l'anno prossimo. Cioè, almeno qualche cosa sono arrivata a capirla.
L'anno prossimo risistemo un vecchio giradischi di famiglia e mi butto sugli lp. Ho deciso che io la musica voglio sentirla in analogico (non dico solo in analogico, ma anche). Ho deciso che son pronta a rinunciare a una fraccata di cose ma non rinuncerò a comprare la musica, a sceglierla dentro un negozio di dischi e a ascoltarla come si deve, possibilmente anche con quel fruscio tipico dell'lp. Ci ho pensato una vita e non mi son mai decisa a farlo. Ora lo fo, cazzarola! (State tranquilli, non siete finiti nel posto sbagliato: questo è sempre Giù le luci, un blog di cinema e di arte visiva; questa breve digressione, però, per una volta dovete concedermela).
Ho anche pensato che l'anno prossimo cerco di andare di più al cinema, che quest'anno l'ho un po' trascurato. Il cinema è diventato un lusso, è vero, ma alla fin fine è anche una questione di scelte. Alle volte si butta soldi in tante cose così profondamente inutili...
E vi dirò anche questo: a breve voglio rivedere Il laureato. Questo è uno dei miei propositi più seri. Secondo voi per quanti anni di fila è ragionevolmente possibile non vedere Il laureato? Secondo me dopo tre anni scatta una penale. Be', ad ogni modo io credo di essere al limite, devo correre ai ripari. Voglio rivederlo quanto prima e voglio farlo con tutti i crismi. Da sola, possibilmente - quanto amo le serate di solitudine accompagnate da un buon film! - o in alternativa insieme a persone molto speciali. Un ristretto gruppo di amici degno di condividere con me una serata da Il laureato.
Ok, so di esseremi dilungata, chiedo perdono. Le cose da dire sarebbero ancora molte, probabilmente, ma un certo punto è anche bene saper "bastarla", come direbbe un mio caro amico.
Vi saluto, preziosi miei lettori, fedeli e non.
Auguro a tutti voi, per queste feste e per l'anno venturo, il meglio che si possa augurare: un bel film, un buon vino (che non sia troppo costoso) e un divano comodo; qualcuno di speciale con cui condividere tutto questo. Insomma, un periodo di festa all'insegna della sobrietà, della riflessione e del relax. Statemi bene, coccolatevi quanto basta e non smettete mai di essere curiosi e appassionati.

giovedì 16 dicembre 2010

Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni

Adoro Woody Allen. Questa non è una novità.
Lo amo in un modo quasi fraterno. Intendo dire: se un domani facesse un film mio fratello sarei completamente incapace di essere obiettiva. Sarebbe il film di mio fratello. Con Woody mi capita la stessa cosa. Entro al cinema e già son di buonumore perché so che vedrò un film di Woody, non di uno qualsiasi: sento la colonna sonora (so già come sarà e questo mi rincuora), vedo i titoli di testa (sempre il solito carattere da una vita... com'è rassicurante!); mi sento a casa. Ve l'ho detto, come se guardassi un film di mio fratello.
Detto ciò, veniamo a noi: Woody resta sempre Woody e io non riesco a parlarne male neppure volendolo, però ammetto che il suo ultimo film non è nulla di che. Si guarda, certo, ma non lascia molto.
C'è chi dice che il grande maestro abbia terminato da tempo i suoi argomenti. Non sono d'accordo. Negli ultimi anni ci ha regalato dei grandissimi film. Lo stesso Basta che funzioni, era una vera e propria chicca. Non si guardava mai l'orologio e si rideva non poco. Era un Bignami di filosofia in chiave ironica.
Questo suo ultimo lavoro, Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, è invece abbastanza piatto. La commedia è incentrata su tutti i possibili luoghi comuni che più comuni non ce n'è: il ricco sui sessanta, che terrorizzato dall'idea di invecchiare molla la moglie per una donna molto più giovane; lo scrittore in piena crisi creativa che si invaghisce della vicina di casa mentre la moglie, frustrata dalla quotidianità, sogna un futuro insieme al suo capo; etc etc. Il film ha qualche momento gradevole ma non colpisce. Il ritmo è fiacchino, sembra un aeroplanino telecomandato che fatica a decollare.
Caro Woody, ti voglio sempre un gran bene ma la prossima volta un film del genere me lo guardo in dvd.

domenica 12 dicembre 2010

City Island

In una cittadina vicino New York vive la famiglia Rizzo: casa enorme, giardino ben curato... lui, gran figo un po' imbolzito e lei quarantenne col fisico perfetto. Una classica famiglia americana dove tutto fila liscio, insomma.
Peccato che sia solo apparenza. In verità ciascun componente di questo quadretto idilliaco vive nella più completa finzione.
Commedia indipendente assai gradevole: forse un po' buonista ma ben fatta. Se avete una giornata no è senza dubbio il film giusto per voi.
City Island non giudica nessuno, offre a tutti quanti una seconda possibilità e strappa qualche risata. Cosa si può chiedere di più quando ti girano?

lunedì 22 novembre 2010

The Social Network

Intriga il film di Fincher. Affascina la sua capacità di abbarbicare lo spettatore alla sedia, facendolo peraltro appassionare a un personaggio che è per molti versi, diciamocelo, un figlio di buona donna. Intriga l'uso serrato del montaggio e la costruzione brillante dei dialoghi (a vederlo in lingua originale quanto si guadagnerebbe!).
The Social Network, storia del creatore e fondatore di Facebook, è un film intelligente, ma anche e soprattutto inquietante. Oserei dire, lasciatemelo fare, allarmante.
Agisce nel tempo, a scoppio ritardato, e per di più su due livelli: è una lucida riflessione su come si possa diventare miliardari restando pur sempre soli e infelici; al contempo rappresenta un ritratto del mondo, complesso, contraddittorio e sfaccettato, che facebook sta contribuendo a creare. Un ritratto, credetemi, non dei più rincuoranti. 

sabato 13 novembre 2010

Multisala? Se possibile anche no.

Non è una citazione buonanottifera nel vero senso del termine, ma è una bella citazione. E' una frase che mi ha detto oggi una signora, al cinema Odeon, durante il Festival dei Popoli.
Se la dicessi io una frase così mi sentirei dare della nostalgica, della "dura e pura", peggio ancora della "talebana" (quella che non vuole andare nei multisala, quella che se la tira, quella che "si, va bene essere critici, ma ci vuole il senso della misura").
Fortunatamente la frase non è mia. Alla signora attempata che ha pronunciato queste parole nessuno avrà il coraggio di dire niente, voglio sperare.
Buonanotte amici cari. Vi lascio con questa perla di saggezza. Sarà pure da nostalgici, però...


"In venticinque anni a Firenze son stati chiusi trentadue cinema... perché la gente pensa che il cinema sia un luogo dove si sta seduti e invece il cinema non è un posto dove ci si siede. Il cinema è anche tutto il contorno... si prende l'autobus, si incontra la gente, si fa amicizia, si commenta... Il cinema è un posto dove si fa cultura. Io quando vo al cinema mi commuovo, mi entusiasmo... Io vorrei morire su una seggiolina del cinema."

Una spettatrice storica del Festival dei Popoli, Firenze

giovedì 11 novembre 2010

Simon Konianski

La sinossi non è particolarmente originale o degna di nota.
Simon è un trentacinquenne che non vuole crescere. Separato dalla moglie, con un figlio piccolo, va a vivere col il padre, che è un ex deportato ebreo. Quando il padre muore impovvisamente Simon si vede costretto a partire verso l'Ucraina portando con sé il bambino e la salma del vecchio.
Quello che colpisce è la delicatezza di questo film, la sua vena decisamente dissacrante ma mai eccessiva, fuori luogo. Simon Konianski, commedia del 2009, è un road-movie magistralmente calibrato in ogni elemento. Guardatevelo quando avete modo: concedetevi novanta minuti di puro divertente relax.

lunedì 1 novembre 2010

Continuiamo così, facciamoci del male!

Ci sono cose nella vita che per alcune persone sono fondamentali, per altre inutili o peggio ancora dannose.
Per me, ad esempio, è fondamentale, ogni anno, avere quei pochi giorni in cui posso stare su un albero di olivo, a cinque sei metri di altezza, a coglierne i frutti. E' un albero monumentale, enorme. Per me da qualche tempo è diventata una casetta. Verso metà ottobre lui mi accoglie, diverse ore al giorno, e si prende cura di me, come io di lui. Non occorrono parole, lui mi vizia in silenzio.
Su quell'albero, a quell'altezza che per molti è fonte di terrore, io mi sento protetta, oserei dire spavalda - e pensate che a me il tasto spavalderia non lo hanno proprio costruito, è un difetto di fabbrica il mio.
I giorni in cui colgo le olive da quella pianta lì sono tra i più preziosi dell'anno per me. Sento che lassù non ho ansie, non ho pensieri, non ho timori. Lassù non mi raggomitolo, non mi tiro indietro, non mi rintano di fronte alle difficoltà. Sono padrona delle mie scelte. Mi godo la solitudine (pochi altri nella mia famiglia ci possono salire, per ovvie questioni di età e di massa corporea) e decido da sola cosa fare, dove spingermi e come muovermi. Quello è il mio territorio e io lo difendo gelosamente perché ne traggo grande beneficio.
Qualcuno leggendomi potrebbe pensare che son pazza, lo so. D'altronde non per tutti stare su un olivo è fonte di un simile benessere.
Ci sono cose, invece, che fanno bene a tutti, indistintamente. Non è un fatto di temperamento (c'è quello che ama stare sull'olivo e quello che ama fare gli aperitivi tra lo struscio), è un fatto e basta.
La cultura serve all'umanità. Vedere i film serve all'umanità, così come ascoltare la musica e andare a teatro. Coltivare la propria interiorità attraverso l'arte, di qualunque tipo e forma essa sia, è una cosa che fa bene. A tutti, non solo a chi ama gli olivi.
I recenti tagli al Fondo Unico per lo Spettacolo confermano la tendenza dell'attuale governo ad affossare la cultura. Evidentemente tutti sanno che un popolo più è grezzo più è controllabile. La domanda che sorge spontanea è questa: come reagire? Cosa fare? A chi e in che modo far sentire la propria voce?
Se qualcuno ha consigli, idee, suggestioni... si faccia avanti. Eugenio Montale, in una poesia dal titolo Non chiederci la parola scrive "Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo".
Ebbene, io invece ve la domando la formula per aprire nuovi mondi. Qui tutto va all'aria e io vorrei qualcuno che mi dicesse cosa si deve fare. Non voglio storte sillabe secche come un ramo. Voglio soluzioni chiare, semplici, immediate. Chiedo troppo? Può essere, ma voi comunque spremetevi le meningi. Se vi viene in mente qualcosa fatemi un fischio.

mercoledì 27 ottobre 2010

Il piccolo Nicolas e i suoi genitori

Devo molto a questo film. Per una sera mi ha fatto tornare bambina. E non è poco.

mercoledì 20 ottobre 2010

Quando una pubblicità descrive un intero paese


Questa è una campagna pubblicitaria uscita a Milazzo poco tempo fa (recentemente fatta ritirare dal ministro Mara Carfagna). Una campagna della ditta Cauldron Holding.
Quella di cui sopra è una pubblicità che si avvale di un doppio registro: linguaggio visivo e linguaggio verbale. Un linguaggio aiuta l'altro. Un linguaggio contribuisce a dar senso all'altro.
Sul fronte visivo abbiamo una donna nuda, al centro della pagina. Strano, non succede mai!
Una donna nuda in posizione di dubbio gusto (notare il sottile artificio retorico da me utilizzato per dire quello che realmente vorrei dire senza però dirlo) sopra un pannello fotovoltaico. La donna, che indossa tacchi vertiginosi, ha un volto chiaramente ammiccante. Nulla di cui stupirsi. Siamo in Italia: quando mai una donna in Italia può non ammiccare? Quando mai un uomo italiano può non voler avere davanti una donna che ammicca?
L'immagine è accompagnata dal messaggio verbale "Montami a costo zero", collocato sulla parte alta del manifesto, a sinistra, laddove sicuramente il destinatario della pubblicità avrà modo di soffermarsi fin dall'inizio. L'accoppiata "donna nuda - invito alla monta" dovrebbe attirare l'attenzione del maschio libidinoso, evidente destinatario della comunicazione, e convincerlo a passare all'azione: montare a costo zero.
La donna è pronta a esser soggiogata, l'uomo non deve far altro che procedere. Il verbo "montare" di per sé rimanda alla dominazione. Si monta un cavallo quando lo si vuole dominare, utilizzare per i proprio scopi. Chi si fa soggetto di un azione come montare prende una decisione chiara, definita, si assume in prima persona la responsabilità di una scelta. Colui che monta è un soggetto attivo, mai succube.
Qualora il destinatario (che probabilmente è troppo sessualmente eccitato per poter essere pure intellettualmente sveglio) non intuisse subito la duplice lettura del messaggio, la frase in basso a destra - e non è una caso che sia messa lì, nell'angolino - interviene a aiutarlo nella corretta comprensione. Il destinatario della pubblità, il solito maschio medio italiano con i genitali sull'attenti da mattina a sera, e con quel potere decisionale che da sempre lo contraddistingue, può adesso rendersi conto del doppio senso: "Em, parliamo del fotovoltaico".
Da sinistra a destra, dall'alto verso il basso, il possibile acquirente legge per prima cosa l'invito a montare a costo zero; poi vede lei, la preda. Sotto di lei c'è un pannello fotovoltaico ma quello, chissà come mai, tende a passare inosservato. Alla fine, in basso a destra, il destinatario della comunicazione trova la ricetta della giusta chiave di lettura. Come se gli elementi fino ad ora delineati non bastassero a palesare il vero senso della pubblicità, chi ha ideato la campagna ha voluto rinforzare il concetto specificando che il maschio libidinoso non deve montare la donna nuda dai tacchi a spillo, ma deve, aimè, accontentarsi di un pannello fotovoltaico. Al destinatario è comunque richiesto di compiere un ruolo attivo, ma l'oggetto su cui esercitare il proprio potere non è la donna, bensì il pannello.
L'accostamente donna nuda-pannello fotovoltaico è dettato da questo: entrambi gli elementi sono al servizio del maschio libidinoso; acquisiscono senso in relazione all'uso che ne fa il soggetto-destinatario.
Il messaggio di questa pubblicità è lampante: "Come monti l'oggetto donna puoi montare l'oggetto pannello". Il primo oggetto ti farà provare piacere, il secondo ottimizzerà i tuoi consumi.
In un certo senso c'è qualcosa in questa campagna pubblicitaria che la rende geniale.
Sovente funziona così: i segnali del degrado di un paese hanno qualcosa che affascina.

venerdì 15 ottobre 2010

Inception, un film sui sogni che non fa sognare

Dom Cobb lavora con l'inconscio: entra nei sogni delle persone per rubare loro idee da rivendere. Fa spionaggio industriale, ma all'ennesima potenza, in un certo qual modo. Un bel giorno un cliente chiede a lui e alla sua squadra di entrare nella testa di un concorrente non per privarlo di una sua idea, bensì per innestargliene una nuova: la frammentazione dell’impero industriale di cui è appena entrato in possesso.
Questa, in sintesi, la trama di Inception.
Da che mondo è mondo il cinema sa fare due cose: riflettere sulla realtà oppure originare sogni e illusioni. 
Fin dalle origini è stato così: Lumière documentava il vero, Méliès creava l'immaginifico. Da questa prima fondamentale dicotomia il cinema non ha più saputo prescindere. 
Per quanto la tecnologia si sia evoluta, alla fine la domanda resta questa: Lumière o Méliès?
Ebbene, Nolan sembra parteggiare chiaramente per il secondo, perché il suo obiettivo è sconvolgere lo spettatore, catapultarlo in una realtà aliena, destare in lui lo stupore.
Il problema è solo uno: per originare stupore ci vuole ben altro che la semplice tecnologia. La superfetazione di stimoli visivi e l'utilizzo di tecnologie all'avanguardia non garantiscono necessariamente una buona riuscita. Non a caso Inception mette in scena dei sogni che non fanno sognare, costruisce mondi altri che non hanno nulla di veramente irreale.
Parigi che si accortoccia su stessa è di grande effetto, così come lo è l'immagine dei grattacieli sulla spiaggia, evidente citazione da Il pianeta delle scimmie. Stiamo parlando però di due sequenze. Due sequenze in un film di due ore e mezzo.
Insomma, la trama è complicatissima e fin troppo cervellotica (viene il dubbio che il regista si compiaccia un po', a dirla tutta). Quello che dovrebbe essere l'elemento chiave di Inception, ossia l'aspetto visivo, è forse la sua principale debolezza, in un certo senso. Sul fronte visivo Nolan non sa stupire, non dice nulla di vagamente nuovo. Costruisce un impeccabile film d'azione, incapace però di emozionare. La parte del film probabilmente più interessante è relativa alla vita di Cobb, agli scheletri che porta dentro di sé e che lo perseguono.
Detto francamente però questo non basta. Il film non è brutto, ma ha ben poco da dire.

venerdì 1 ottobre 2010

Somewhere, un film "rovinato" dal suo predecessore

Johnny Marco, noto attore di Hollywood, passa le sue giornate a guardare le gambe. Prima quelle chilometriche, provocanti, delle lapdancer in completino da tennista che cercano di risvigliarne la libido; poi quelle delicate e eleganti di Clio, sua figlia, bambina di undici anni che volteggia leggera sui pattini, per attirare l'attenzione paterna. Le donne, in questo film, non fanno che esibirsi davanti a lui. La reazione di Johnny però è sempre la stessa: che si tratti di lapdancer o della figlia il suo sguardo è assente, annoiato, perso chissà dove. Delle lapdancer non ricorda neppure i nomi, e con Clio le cose non vanno poi molto meglio - lei pattina da tre anni e lui neanche lo sa, tant'è che si stupisce della sua bravura.
E' vuota la vita di Johnny, vuota e senza senso. Una vita vissuta in luoghi che sono non luoghi; trascorsa tra feste e divertimenti, in mezzo a corpi ammiccanti e sempre disponibili (corpi, però, mai persone). Una vita senza radici, senza affetti, senza qualcosa che la rende meritevole di essere vissuta. Solitudine estrema, alienazione totale.
E' di alienazione, infatti, che parla questo film. Sofia Coppola ce lo dice fin dalla prima sequenza, con quella inquadratura immobile - e non sarà certo l'unica del film - di una Porsche rombante che gira a vuoto (come la vita di Johnny, del resto), sul solito circuito chiuso. Una sorta di dichiarazione programmatica, un po' come se la regista ti mettesse in guardia: "attento, ti farò vedere un film che parla del vuoto di senso; se non lo sai sostenere ti conviene andartene subito via dalla sala".
Non è male il film della Coppola, solo che non regge il confronto con il bellissimo Lost in translation.  Lì l'alienazione manteneva comunque un lato umano; c'erano le sfumature, c'era la vita vera. Qui tutto è calcato, portato alle estreme conseguenze. Tutto è talmente esagerato da sembrare "macchiettistico", un po' artefatto, forse pure un po' furbetto, come sostiene Mereghetti.  Stephen Dorff è dignitoso nel ruolo, ma non ha il fascino di Bill Murray, non gli lega neppure le scarpe. Anche Los Angeles non compete con la Tokio di Lost in Translation, perché a Los Angeles tutti ci si aspetta di essere alienati, è scontato che sia così.
Per farla breve: Somewhere ha le sue cartucce ma ha un fratello maggiore troppo ingombrante, la sua è una battaglia persa in partenza.

La passione

Sovente quando uno esce dal cinema, dopo aver visto una qualsiasi commedia, e commenta: "si, carino, ma niente di che...", si sente rispondere qualcosa come: "certo si, è una commedia, non è il film che ti cambia la vita" oppure "si, che ti aspettavi, è una commedia, un filmetto...".
Questa è una delle dinamiche più frequenti. Tu fai notare che è un film di poco conto e la gente replica ribadendo che si tratta di una commedia, come se l'equazione "commedia = film di poco conto" fosse universamente valida. Come se un film, in quanto commedia, fosse necessariamente un filmetto.
Ebbene A qualcuno piace caldo, di Wilder, è una commedia, eppure non è un filmetto, è un capolavoro mondiale. Ernst Lubitsch ha fatto diverse commedie, ma ha segnato la storia del cinema. I suoi film son  meccanismi ineccepibili, puzzle dove ogni singolo pezzo si incastra alla perfezione con l'altro.
Non è lo status di commedia che rende un film etto-ino-uccio. Non è il "fare commedie" che rende un regista mediocre.
Semmai diciamo che quando una commedia non ha un ritmo coinvolgente, non brilla per coerenza-omogeneità della sceneggiutura, ha degli attori magari scadenti, dei dialoghi non sempre scoppiettanti/ben fatti, etc etc... le probabilità che venga definita commediola, o semplicemente film-etto-ino-uccio sono piuttosto elevate.
L'ultimo lavoro di Mazzacurati - la trama ve la faccio breve: regista in crisi creativa si ritrova a dover dirigere una sacra rappresentazione, in un paesino toscano, con una manica di attori raccattati e inetti - è senza dubbio piacevole, ma resta un filmetto. Parte frizzante e si perde sul finale; risulta disomogeneo in certi punti; presenta alcune gag a dir poco inflazionate.
Non che non faccia ridere - notevole Guzzanti che legge "Prima che il gatto canti tu mi rinnegherai"; non che non abbia trovate carine - la citazione stile Nosferatu quando il grande attore arriva in paese, ad esempio.  Il tutto è ben recitato, si vede con piacere... Ma resta un filmino, nulla di trascendentale.

mercoledì 29 settembre 2010

Riunione di famiglia

Siamo in Danimarca, in un paesino di provincia. In occasione del 750° anniversario del paese viene invitato un famoso cantante lirico affinché canti durante i festeggiamenti. Il suo arrivo scombussola non poco la vita del timido Benjamin, un giovane aiuto cuoco impegnato nel sontuoso banchetto. Il ragazzo, viso pallido e  occhi chiari, tipica bellezza nordica (la mia prozia pratese gli avrebbe detto: "t'ha visuccio!"), scopre che il celebre artista è in verità suo padre e da questo momento la sua vita non è più la stessa.
La commedia di  Thomas Vinterberg, regista prodigio e mente di Dogma 95, procede con un ritmo non sempre trascinante. La prima parte risulta noiosetta, migliora nettamente la seconda. Il film complessivamente si difende e colpisce per soavità. Dopo le atmosfere mortifere di Festen ecco un'opera dal tocco leggero, delicato come una pioggia primaverile.

mercoledì 22 settembre 2010

Bright star

Siamo a inizio 1800, più o meno. Il giovane poeta romantico John Keats e la sua vicina di casa Fanny Brawne si innamorano follemente e portano avanti una relazione malgrado le condizioni economiche di lui non rendano facile un vero e proprio fidanzamento.
L'ultimo film di Jane Campion si decrive con poche parole: esteticamente curatissimo, emotivamente tiepidino.

lunedì 13 settembre 2010

The hoax - l'imbroglio

Storia vera di Clifford Irving, scrittore che a inizio anni '70 cerca successo spacciandosi per l'autore dell'unica autobiografia autorizzata di Howard Hughes, il miliardario più famoso d'America. Irving sembra possedere un vero e proprio talento per la truffa; il gioco sta in piedi per un bel po', ma col tempo lo scrittore finisce suo malgrado invischiato in faccende politiche più grandi di lui, che sfuggono al suo controllo.
Ogni personaggio, nel film di Lasse Hallstrom, vive nella menzongna ed è pronto a tutto pur di raggiungere i propri scopi; alla fine quello che sembrava essere l'imbroglione numero uno risulta vittima di raggiri ben più pesanti.
Film ben fatto e straordinariamente attuale. Valida la coppia Richard Gere-Alfred Molina.

sabato 4 settembre 2010

Splice

Lui, lei, l'altra: un classico triangolo. Peccato che l'altra in questione sia una creatura dal dna per metà umano e per metà animale, frutto dello studio e delle ricerche dei due scenziati (il Lui e la Lei, appunto). Il film del regista canadese Vincenzo Natali mescola la fantascienza all'horror, tentando di  aggiornare il mito di Frankenstein, come scrive Roberto Nepoti su Repubblica; aggiunge però al mix una considerevole dose di erotismo e di grottesco. Fin qui nulla di male: il fatto è che risulta difficile comprendere se certe cadute di stile siano da interpretare come precisa scelta registica o più semplicemente come segnale di un prodotto scadente. Splice sembra insomma un film di serie b pur apparendo sotto diversi aspetti tutt'altro che abbozzato. Con qualche sbavatura di troppo e diversi dialoghi francamente improponibili, il film ha comunque un suo motivo d'esistere. La tensione non cala un solo istante, da inizio a fine film; alcune immagini, di gusto indubbiamente gotico, hanno un loro fascino particolare; infine  il gioco psicologico che si innesca tra la coppia di biotecnologi e la strana  creatura è senza dubbio assai intrigante. 

mercoledì 1 settembre 2010

E' complicato

A oltre cinquantanni, con figli ormai grandi e indipendenti, una donna si ritrova improvvisamente contesa tra l'ex marito, un po' imbolzito ma divertente, che un tempo la lasciò per una donna più giovane, e un languido architetto divorziato che le sta restaurando casa.
Ebbene si, il film di Nancy Meyers si chiama E' complicato, ma la vicenda, più che complicata, sembra semplicemente improbabile... una favola, insomma.
Meryl Streep esagera un po' nelle smorfie e il il ritmo va perdendosi leggeremente con il tempo.  Nel complesso però il film regge: sovente fa sorridere e soprattutto, cosa ancor più importante, aiuta a preservare un bene prezioso, la capacità di sognare.

lunedì 23 agosto 2010

Basilicata coast to coast

Un omaggio alla Basilicata, all'amicizia, alla lentezza. Un film inaspettatamente gradevole.

venerdì 6 agosto 2010

Riprendersi New York

Sono cresciuta col mito di New York, sognandola e immaginandola per anni. Ne ho coltivato l'immagine romantica offertami da Woody Allen e da Lizza Minnelli: un mondo rutilante, frenetico, bramoso di vita, di arte, di creatività... una città dove ognuno può esprimere se stesso, dove l'immaginazione può vagare libera verso qualsiasi meta. Un laboratorio da cui può venir fuori di tutto, probabilmente pure la ricetta per un mondo un po' migliore di questo.
Era un'immagine straordinaria e rincuorante, la mia. Era rincuorante pensare che un giorno, forse, sarei stata anche io a New York, mi sarei immersa finalmente nella grande metropoli dell'arte e delle sperimentazioni. Avrei abbandonato la mia Firenze così ammuffita, atrofizzata dall'eredità rinascimentale, per esplorare nuovi lidi, nuove possibilità.
Ebbene, quest'estate ho visto New York. Woody Allen non c'era, così come non c'era la splendida Rapsodia in blu di Gershwin, a far da sottofondo ai grattaceli di Manhattan.  La città mi è parsa meravigliosa, difficilmente può non piacere. Però adesso il sogno è svanito, perso per sempre. La distanza tra me e quel rifugio immaginifico è venuta meno. Non esiste più la chimerica New York dove puoi passare notti insonni a guardare i grattacieli illuminati parlando del senso della vita. Non esiste più la New York di Broadway, dell'arte,  delle infinite possibilità espressive... Adesso esiste qualcosa di molto più complesso e sfaccettato, perché più vero. Adesso esistono musei straordinari, che in fatto di arte contemporanea fanno scomparire la nostra bella Italia; esistono parchi brulicanti di pittori e musicisti, negozietti di musica e teatri;  giardini sopraelevati costruiti sui resti di linee della metro e palazzi dalle forme più bizzarre; esistono persone che fanno gli orti sui grattacieli e effettivamente esiste ancora Broadway... però ci sono anche i senza tetto; c'è tanto degrado urbano e tanto spreco. Esiste che a New York ti fanno bere l'acqua nei bicchieri di  polistirolo.  E io lo so che il polistirolo è solo un simbolo, che non si può valutare una città soltanto da un bicchiere. Però non posso farci niente, a me quel bicchiere di polistirolo mi distrugge. Non vedo speranza di cambiamento laddove si beve nel polistirolo. Non vedo romanticismo, innovazione, creatività. Vedo solo tanto cattivo gusto e tanta poca attenzione al futuro.
E' bella New York, rutilante e ricca di vita come l'avevo immaginata. Se potessi ci tornerei quanto prima e ci starei un mese, per scoprirla tutta, in lungo e in largo. Però New York è una città vera, e come tale non è perfetta. Ora che ci sono stata il mio sogno mi manca un po'. Vorrei potermelo riprendere, in un certo senso. Vorrei rivedermi un classico di Woody (perché no, forse proprio quel mitico Manhattan del '79, con Gershwin che fa da colonna sonora) e tornare a sognare di questa straordinaria città lontana. Vorrei dimenticare il polistirolo e sentire solo la Rapsodia in blu. 
Qualcuno sostiene che "nessuna carovana ha mai raggiunto il suo miraggio, ma solo i miraggi hanno messo in moto le carovane". Ebbene, il miraggio ormai è palesemente svanito. Bisognerà trovarsene uno nuovo. L'importante, in un modo o nell'altro, è non perdere mai la voglia di muoversi.
Ok, dopo questo lungo pippone vi saluto con un'immagine del 1938, ad opera dell'allora quarantenne  Berenice Abbott, una delle più grandi documentariste del 1900, una di quelle che ce l'aveva a morte con chi voleva usare la machina fotografica come fosse una versione tecnologicamente avanzata del pennello. Avvicinandosi alla storia della fotografia si incontra un numero relativamente limitato di donne, ma devo dire che quando le si incontra fanno la loro porca figura.

Il ponte di Brooklin visto da Berenice Abbott, 1938

martedì 6 luglio 2010

Pausa estiva

Faccio festa per un po'. E' buona norma avvertire in questi casi, giusto? Temo che a luglio non mi vedrete molto da questi parti. Se non ci risente per parecchio... statemi bene e crescete in saggezza. Coltivate il dubbio, che aiuta sempre molto, e soprattutto guardatevi dei film validi, che quello non guasta mai.
Per questa sera ci salutiamo così, con un cult del cinema comico:



-Il dottore gradisce un brandy prima di ritirarsi?
-No grazie.
-Una buona camomilla, può darsi?
-No grazie mille comunque, no grazie.
-Orzata con latte?
-Niente, grazie, sono alquanto stanco.
-Allora io dico buonanotte.
-Buonanotte!
-Buonanotte caro! Buonanotte Herr Doktor.
-Buonanotte Frau Blucher!

Frankenstein Junior

mercoledì 30 giugno 2010

An education

Periferia di Londra, inizio anni '60. Una sedicenne piena di interessi e aspirazioni incontra David, affascinante trentenne, che la introduce nella bella vita londinese e le fa perdere la testa. La giovane rinuncia così ai suoi ambiziosi progetti di studi per sposarsi con l'uomo, ma ben presto le cose cambiano e l'idillio sembra svanire. 
Un commento sul film, in pochissime parole? Il quadretto dell'Inghilterra dei Beatles è  senza dubbio molto accurato. Gli attori funzionano e complessivamente An Education risulta un buon prodotto. Peccato che l'emozione sia pressoché inesistente.

venerdì 18 giugno 2010

Copia conforme

Arte: cosa significa la parola arte? Qual è il suo senso profondo nella vita umana? Un oggetto è artistico di per se stesso oppure lo diventa sulla base della nostra relazione con esso? Perché un quadro originale di Picasso vale di più di una sua riproduzione? In fondo l'originale crea molti più problemi al suo proprietario di quanti non ne crei la copia.
Cosa è veramente autentico in questo mondo? Un matrimonio può dirsi autentico in quanto ufficialmente riconosciuto dallo Stato oppure in quanto funzionante? E' possibile sentirsi intimamente vicini a qualcuno che conosciamo appena? E se ciò è possibile, si tratta in quel caso di una vicinanza reale oppure no? Cosa rende intrinsecamente autentico un legame, un gesto, una carezza, uno sguardo, un sentimento? Dov'è il confine tra verità e finzione?
Come mai tra uomini e donne la comunicazione è sempre tanto difficile? Come mai sovente non riusciamo ad accattere le debolezze dell'altro, malgrado questa incapacità ci faccia sentire profondamente soli? Come può accadere che a un certo punto della vita la persona con cui stiamo da sempre smetta di vederci? Come è possibile sentirsi invisibili agli occhi di qualcuno, che per noi diventa importante anche solo se ha cambiato profumo? Perché  la vita in due è così' tremendamente difficile? Perché fatichiamo a coltivare sentimenti stabili e duraturi? Perché finiamo vittime della noia, della routine, del tempo che passa?
Copia conforme è un film che in un modo o nell'altro non si dimentica: la macchina da presa è spesso immobile, caratteristica di per sè non necessariamente negativa, ma potenzialmente mortifera se i dialoghi non son scoppiettanti (e in questo caso posso garantirvi che non lo sono). Non c'è musica, non c'è azione; la trama è pressoché inesistente.
Kiarostami sembra voler riflettere su diverse tematiche, ma è come se non sapesse scegliere su quale di queste concentrarsi realmente. Il tempo passa e gli interrogativi si accavvallano, uno dopo l'altro. Prima si parla di arte, poi della natura umana, poi dell'incomunicabilità. Alla fine nessuna domanda trova risposta e nessun tema viene realmente approfondito. La carne al fuoco è molta, probabilmente troppa. Se il film fosse durato meno, e soprattutto se avesse deciso in modo chiaro dove andare a parare sarebbe stato un gran film. Certo, un film un po' pacco, di quelli da serata intellettuale; ma comunque avrebbe avuto un suo perché. Invece qui il perché si fatica a comprendere. Sono molti gli spunti interessanti, ma a fine film, se anche si è riusciti a scampare le cascaggini, viene onestamente da chiedersi: "si, e quindi?"   

domenica 13 giugno 2010

Un'ottima annata: quando anche la scontatezza ha un suo perché

Un broker londinese, vero e proprio squalo della finanza, si trasferisce in Provenza, per tentare di vendere una villa con vigneto ereditata dallo zio defunto. I ricordi d'infanzia, il fascino straordinario della campagna francese, e l'incontro con una giovane donna del paese innescano gradualmente - qualcuno obietterebbe "troppo poco gradualmente" - la metamorfosi.
La commedia di Ridley Scott, infarcita dall'inizio alla fine di sdolcerie e luoghi comuni, è uno spot da azienda del turismo che potrebbe competere con il Kenneth Branagh di Molto rumore per nulla (in quel caso lo spot veniva fatto alla Toscana).  Russel Crowe, il protagonista, appare forse un po' impacciato, ma fa tenerezza, nella sua sfacciata languidità. L'elogio del vigneto è scontatissimo e le macchiette sui francesi sembrano fatte a posta per innervosire.
Ruffiano, banale e assolutamente non realistico il film ha comunque un suo perché, una sua capacità di far riflettere e fantasticare. E' pieno zeppo di errori eppure risulta gradevole: una favola elegante.
Mereghetti sostiene che quando alle favole si mette troppo zucchero queste smettono di essere credibili. Onestamante dissento. Una favola o una fiaba non deve essere credibile: deve farti sognare. Quando mai può venire in mente di rifarsela con Biancaneva perché non è un personaggio realistico? Io dubito che possa succedere. Ci son cose alle quali si decide di credere. Non perché siano ragionevolmente credibili, ma perché si ha bisogno di farlo.
Ho visto un concerto dei Pearl Jam, anni fa. Eddie Vedder, quarantacinque anni compiuti, si scatenava come un pazzo e io mi domandavo come ciò fosse possibile. Ovviamente conoscevo la risposta più plausibile, ma mi rifiutavo di prenderla in considerazione. "Si sarà fatto la peggio roba", commentava la gente. "Tutte malignità", pensavo io.
L'immagine del gruppo rock integerrimo, onesto dentro, animato dalla sola passione per la musica,  etc etc è assolutamente favolistica. Eppure dare 50 euro a un gruppo così mi pesa meno che darli a un gruppo come tanti.
Per farla breve e per tornare al film: Ridley Scott non ha confezionato un film realistico, bensì una favola. Sta allo spettatore prenderla per quello che è.

giovedì 10 giugno 2010

In her shoes

Alle volte uno certi film li vede nel momento sbagliato. Io ricordo di aver visto questa commedia familiare del regista Curtis Hanson poco dopo la sua uscita, nel 2005. Forse ero stanca, forse ero sfavata, forse semplicemente non ero in vena di vedere un film. Fatto sta che lo vidi e lo trasferii nel dimenticatoio molto presto.
Sere fa ho avuto il piacere di rivedermelo in dvd, in lingua originale e con i sottotitoli. Mi son ricreduta. Non è un capolavoro, ma è molto ben recitato e ha un buon ritmo. Raramente il film sfiora la melensaggine; nel complesso però la visione è gradevole.

P.S.: la poesia citata a fine film, di E. E. Cummings, è semplicemente bellissima.

domenica 6 giugno 2010

The road

Lo premetto: non ho letto il romanzo da cui il film è tratto. Sono andata al cinema a vedere The road e del romanzo sapevo poco o nulla.  Avevo in mente una sola cosa: l'ambientazione sarebbe stata apocalittica; roba da fine del mondo, insomma.
Effettivamente così è stato: il film mette in scena un classico futuro fantapocalittico, o distopico che dir si voglia. Un padre e un figlio che vagano per lande  completamente devastate, ormai coperte solo di macerie e un'umanità ridotta ai minimi termini, pronta a tutto pur di sopravvivere.
Ecco, arrivata a questo punto della recensione non so più cosa scrivere. Temo che il film non mi abbia lasciato molto altro. Splendide fotografie di una cupezza inenarrabile, due attori che fanno senza dubbio una buona prova e alcuni temi, forse anche interessanti (rapporto padre-figlio, viaggio di formazione, dilemmi di tipo morale, simbolismo cristologico, etc etc), ma appena accennati, mai veramente approfonditi. Questo è quanto. Affascinante, ma un po' fine a se stesso, a mio avviso.

giovedì 27 maggio 2010

Draquila

Non è facile realizzare un documentario riuscendo ad esternare chiaramente la propria opinione senza scadere per questo nella retorica o nella propaganda. Sabina Guzzanti si è barcamenata dignitosamente in questa impresa e il risultato finale in effetti è stato piuttosto valido.

mercoledì 26 maggio 2010

Per entusiasmarsi basta poco

Siamo subissati da immagini. Ogni giorno, in ogni angolo. Cartelloni pubblicitari ai bordi delle strade, foto di giornali, affissioni dentro ai tram... ogni istante della nostra vita siamo circondati e ubriacati di immagini. Per lo più oggetti e donne nude. Perché si sa, l'obiettivo è rincoglionire le menti, atrofizzare il senso critico.
Noi non sappiamo leggerle queste immagini, non abbiamo gli strumenti per interpretarle. Forse è proprio per questo che ci rincoglioniscono. Conosciamo tutte le figure retoriche nella poesia, ma nulla sappiamo del linguaggio di una foto. Nessuno, fin da quando siamo piccoli, ci insegna a decifrare ciò che non è verbale.
Sappiamo immaginare molti modi diversi per dire a una persona: "ho fame": c'è la via diretta, "ho fame"; la via iperbolica, "ho una fame da lupi"; la via "litotica", se così la si può definire, "non sono proprio disappetente stasera"; la via dell'allusione, "hai mica qualcosa da mangiare in borsa?". Potrei andare avanti ore ma ve lo risparmio. Il punto è che se noi avessimo circa il linguaggio visivo la metà della conoscenza che abbiamo su quello verbale, saremmo molto più liberi. Molto meno succubi di chi ha interesse a tenerci nel rincoglionimento.  
Ebbene a questo punto, senza aver alcuna pretesa di risvegliarvi dal torpore col mio umile blog, vi sottopongo una bellissima foto di Tina Modotti, grande fotografa e attrice degli anni '20, nonché donna dallo straordinario impegno politico e sociale. Un'immagine esemplare per la maestria delle regole compositive e per la capacità di comunicare. Il Messico rappresentato attraverso tre dei suoi aspetti fondamanetali: il lavoro, la guerra, la musica. La foto è stata scattata nel 1927.  
Un professore, ieri a lezione, ci ha detto: "io a vedere sta roba m'emoziono, perdonatemi". Ebbene anche a me sta roba m'emoziona e quindi la condivido con voi. Se non vi sembra abbastanza, abbiate pazienza oppure cambiate blog.
                                                                

Composizione con falce, cartucce e chitarra

martedì 18 maggio 2010

Paul Jenkins, le apparenze ingannano

Paul Jenkins è un vecchietto di ottantre anni dal fare elegante e compassato. Se non sapessi che è un artista del Missouri,  potrei dire che oggi pomeriggio, quando l'ho conosciuto presso il Palazzo Pacchiani, attuale sede dell'Urban Center di Prato, mi è sembrato un vero e proprio gentleman inglese. Una persone di quelle che ti fa dire: "vedi, lui ha trovato un po' di equilibrio, di quiete, di serenità. Si è messo in pace con se stesso e con il mondo, che fortunato!"
Eppure deve essere un uomo pieno di inquietudini e di turbamenti uno che dipenge quello che ha dipinto di lui. Se non lo è ora, a quest'età, certamente deve esserlo stato. Doveva essere un uomo assai vitale, estremamente passionale e appassionato. Un bell'uomo, tra l'altro, lo si vede dalle foto.
Fa strano conoscerlo da anziano. Tentennino, con la voce un po' flebile... persona educatissima e composta. Fa strano voltarsi verso un suo quadro e vederci tanta fisicità, tanta energia, tanto tormento e tanta passione. Ti domandi come sia possibile che le cose cambino a tal punto.
E infatti forse non cambiano poi così tanto. Forse, come diceva oggi sua moglie: "l'apparenza inganna, lui è sempre agitato dentro di se."
Ebbene, se avete voglia di vedervi i quadri di uno "sempre agitato dentro di sè", fatevi un giro a Prato. La mostra fa la sua porca figura. Ne vale la pena.

mercoledì 5 maggio 2010

The orphan

Una giovane coppia statunitense adotta una bimba russa. Da quel momento in poi è l'inizio della fine.
Horror senza troppe pretese, con un'approfondimento psicologico dei personaggi francamente deludente e con qualche efferratezza di troppo. Notevole la capacità di tenere in tensione lo spettatore, soprattutto nella prima metà del film. Interessante il colpo di scena finale.

giovedì 29 aprile 2010

L'uomo nell'ombra

Ricordo che durante un corso di sceneggiatura l'insegnante una volta ci disse: "quando guardi un film la prima volta cerca di godertelo e basta. Le volte successive ne analizi le sequenze, il linguaggio, etc."
Ebbene, ho una confesione da farvi: mi sa che su questo fronte, con l'ultimo bellissimo film di Polanski, non son stata brava. Presa dalla malefica tendenza ad analizzare, cercare riferimenti, osservare movimenti di macchina, etc non mi son goduta fino in fondo un film che invece meritava. E anche parecchio.
L'uomo nell'ombra è un thriller pieno di suspense, a cavallo tra un'ambientazione gotica e una componente più politica, di denuncia. E' un'opera completa ed efficace, degna della grande tradizione hitchcockiana, come molti hanno osservato. Pervaso da un senso d' incertezza e d'inquitudine infido e bastardo, perché costante, il film non dà tregua a noi poveri spettatori: ci fa soffrire per oltre due ore, con colpi di scena frequenti e magistrale tensione. Straordinario il finale.
Che dire... andatelo a vedere, e non pensate ad altro che a godervelo. E' proprio bello: elegante, fascinoso e crudele come ogni buon thriller dovrebbe essere.

martedì 20 aprile 2010

Segreti di famiglia

Tetro, interpretato da un sempre fascinoso Vincent Gallo, è un artista squinternato che vive a Buenos Aires con la propria compagna. Fuggito di casa molto giovane, Tetro ha rinunciato da tempo alla sua più grande ambizione: la scrittura. Un giorno bussa alla sua porta il giovanissimo Benny, fratello minore, che egli non vede ormai da anni. Da questo momento tutto cambia e Tetro è costretto a fare i conti con il proprio passato e con le ragoni della sua fuga. L'ultimo film di Coppola è un melodramma familiare, dalle tinte chiaramente autobiografiche,  girato in uno splendido bianco e nero. Non è un capolavoro: la sceneggiatura fa un po' acqua, talvolta viene da guardare l'orologio... Visivamente parlando però è molto bello. Si vede che dietro c'è un grande regista, ma qualcosa complessivamente non convince.

domenica 11 aprile 2010

Quando sogni sogna di me

Credo di non averlo mai visto per intero, lo ammetto. O forse anche si, ma millemila anni fa, come direbbe qualcuno. Ad ogni modo poco importa: stasera ci salutiamo con West side story, un classicone tra i musical. E per una volta, una frase un po' meno cupa!


Buonanotte, buonanotte, dormi bene e quando sogni sogna di me.

mercoledì 7 aprile 2010

500 giorni insieme

Commedia sentimentale che strizza l'occhio alla nouvelle vague francese. Carina e piuttosto cinica (meno male, una volta tanto niente lieto fine!); con qualche clichès di troppo forse, ma con alcune trovate visive e narrative senza dubbio notevoli. Da vedere, senza aspettarsi il capolavoro.

martedì 6 aprile 2010

Manuale d'amore 2

Il primo si poteva quasi guardare, una sufficienza scarsa poteva pure meritarsela. Questo francamente no. Veronesi confeziona una commedia a episodi, con vaghe ambizioni di denuncia sociopolitica, ma affronta tutto con una superficialità piuttosto imbarazzante. La denuncia è pressoché inesistente, ridere si ride il giusto e la sceneggiatura fa abbastanza acqua. Quello che certamente non mancano sono i cliches e le banalità. Il cast è variegato: Rubini, Albanese e Verdone si difendono. La Bellucci e Scamarcio sono un colpo al cuore. Fabio Volo come sempre: simpatico ma inutile.

p.s.: la scena di sesso del primo episodio è veramente bruttina. Tutto fuorché erotica... ed è un vero peccato, visto che in teoria di eros dovrebbe parlare.

lunedì 5 aprile 2010

L'uomo che cadde sulla terra

Mi piace la fantascienza, e mi piace pure David Bowie. Non sono una forzata dei film dal ritmo veloce e non mi spaventa il silenzio. Detto questo devo avvertirvi: L'uomo che cadde sulla terra mi ha messo a dura prova. In poche parole lo definirei così: un po' improponibile. Più o meno come un intero best off di Luigi Tenco in una giornata piovosa. Non perché sia particolarmente deprimente, anche se in effetti un po' lo è. Principalmente perché è di una lentezza esasperante, dura più di due ore e per giunta è piuttosto delirante. Insomma, bisogna essere preparati, ecco tutto.

domenica 4 aprile 2010

Piccole curiosità

Marco Bellucci mi segnala un articolo curioso, letto sul blog Into the abyss. Che ve ne pare?

martedì 30 marzo 2010

The hurt locker

L'ultimo film di Kathryn Bigelow, che ha recentemente vinto l'oscar come miglior film, si distingue senza dubbio per un tratto: il minimalismo estremo. E' realismo allo stato puro. In un'epoca in cui si dispiega qualsiasi mezzo pur d'impressionare lo spettatore, la vittoria di un'opera come questa, realizzata in assoluta economia d'effetti speciali, desta un certo stupore.
Personalmente, proprio per allinearmi a un film tanto scabro ed essenziale, vorrei dilungarmi il meno possibile. Mi preme più che altro dire questo: trovo poco sensata l'accusa di militarismo o di cripto-fascismo, per citare Rampini, nei confronti della regista californiana, così come reputo un po' eccessivo far passare questo suo film per un'opera fortemente antimilitarista come ha detto Caprara.
The hurt locker ci mostra una squadra speciale di artificieri e sminatori americani sul fronte iracheno. La macchina da presa segue passo passo, a distanza di pochi centimetri, i corpi di questi giovani militari, e ce ne fa sentire il respiro. Noi soffriamo insieme a loro per la paura, e tiriamo con loro un sospiro di sollievo quando ci accorgiamo di poterlo fare. Sentiamo insieme a loro l'odore della sabbia che li circonda ovunque e vediamo il sudore sulle loro fronti, percepiamo il loro caldo atroce. Ci immedesimiamo in loro, è vero. Non potrebbe essere diversamente. Ma non per questo siamo indotti a vedere in loro degli eroi. Principalmente vediamo in loro degli esaltati, direi. Il messaggio più chiaro e lampante della Bigelow è questo: la guerra può diventare una droga.  La regista non scende nel merito, non fa questioni morali. Si limita ad analizzare un fatto. In modo asciutto, scabro, oggettivo. Il fatto - la dipendenza del protagonista dal fronte di guerra - di per sè agghiaccia, inorridisce. Ebbene si, The hurt locker , pur non prendendo una posizione esplicita netta, non può che inorridire. E forse questo basta.

venerdì 26 marzo 2010

Perché l'horror è indispensabile

Sono una cultrice del genere horror. Amo molto i thriller e i noir (da non confondersi con i gialli, che son ben altra cosa), ma forse l'horror è in assoluto il genere che prediligo. Lo ritengo indispensabile. Credo sia la  miglior difesa contro le atrocità del mondo. L'unico modo per elaborare, esorcizzare, gestire e incanalare le paure, è affidarsi a un buon horror. Questo, almeno, per quanto mi riguarda.
Qualcuno ritiene che esista una diretta connessione tra i fatti avvenuti negli anni '60 - guerra in Vietnam, assassioni di Kennedy, etc- e la prolificazione del genere orrorifico. Si pensi ai film di Wes Craven (L'ultima casa a sinistra, Le colline hanno gli occhi), a quelli sugli zombie di Romero (La notte dei morti viventi, Zombi, etc), oppure a certi capolavori di Cronemberg o De Palma. Personalmente non so quanto la teoria stia in piedi. So per certo, però, che guardando un film horror rincuora molto il potersi ripetere dentro di sé: "è solo un film". Meno rincuorante, invece, è vedere certe immagini e sapere di non potersi consolare con la medesima frase.

Eddie Adams, Word Press Photo, 1968

lunedì 22 marzo 2010

E' caduto.

Mi dispiace: più ci penso più mi rendo conto di conoscere solo citazioni pese, che abbiano la parola buonanotte. Io vorrei essere meno cupa, ma in effetti questa parola nei film è associata spesso a momenti non esattamente allegri. Ad ogni modo non fatevi strane idee: la buonanotte che vi auguro io è ben diversa da quella citata dal film della Bigelow. Insomma, la mia è una buonanotte vera.



E' caduto. Buonanotte, grazie per avere giocato.

The hurt locker

venerdì 19 marzo 2010

Shutter island, dramma personale e ferita corale

"Dovevi salvarmi, dovevi salvarci tutti". Sono queste le parole che tormentano Teddy, il protagonista di Shutter Island. Ogni volta che lui si addormenta queste parole tornano ad ossessionarlo. "Perché non ci hai salvati?"
Siamo a metà degli anni '50. Teddy Daniels è un agente dell'FBI, ma è anche un reduce di guerra, uno di quelli che ha partecipato alla liberazione di Dachau. Recatosi insieme ad un collega in un manicomio, su un'isola a largo di Boston, per indagare sulla scomparsa di una paziente, Teddy sembra esser pronto a tutto pur di conoscere la verità. Qualcosa però lo turba: di notte fa sogni angoscianti e spesso ha delle tremende allucinazioni. Con lo scorrere del tempo il giovane agente si convince che in quel manicomio si compiano inquietanti esperimenti sui pazienti. Ma sarà vero o farà tutto parte di una sua allucinazione? Ovviamente svelare il finale sarebbe da sadici, per cui vi lascerò nel dubbio. Quel che posso dirvi, però, è che l'ultimo film di Martin Scorzese è un buon film. Ha un gran cast e una bellissima fotografia. Non offre nulla di particolarmente innovativo, ma sa tenere lo spettatore incollato alla sedia. In bilico tra thriller spicologico-politico, e melodramma gotico-psichiatrico, il film "scopiazza" un po' dall'espressionismo tedesco e un po' dall'orror anni '40, strizzando infine un occhio a un classicone hitchockiano come Io ti salverò. Se da un lato mi sento di condividere quanto scritto da Mereghetti, cioè che il film è ben lontano dal coraggio di sperimentare e di rischiare, trovo si debba riconoscere a quest'opera un indubbio merito, quello di far riflettere sulle atroci ferite che accompagnano da oltre un secolo l'umanità.

lunedì 15 marzo 2010

La doppia ora

La doppia ora, di Capotondi, è un film che affascina: saranno le atmosfere intriganti, i due attori, davvero molto bravi, il buon equilibrio tra la componente "brivido" e l'aspetto invece più intimista. La sceneggiatura ha qualche pecca, a dirla tutta. Il film manca un po' in omogeneità, esagera nel voler colpire a tutti i costi e presenta coincidenze un po' discutibili. Però il mix funziona: tiene in tensione ed è molto elegante.

giovedì 11 marzo 2010

Alice nel paese delle meraviglie

Il mio libro preferito, insieme a Il ritratto di Dorian Gray, è senza ombra di dubbio Alice nel paese delle meraviglie. Anzi, la coppia Alice nel paese delle meraviglie e Attraverso lo specchio. L'ho letti da piccola e ne son rimasta colpitissima. L'ho riletti da adulta e ho capito che erano i MIEI libri. Ho capito che quella narrata da Lewis Carroll non era solo un storia che mi piaceva. Era una storia che mi serviva. 
Adesso vi starete domandando il perché di questa premessa. Ebbene, la premessa mi aiuta a spiegarvi quanto sia difficile per me valutare un film come l'ultima opera di Burton. Essere tanto affezionati a un romanzo può incasinare parecchio le cose quando ci si sforza di dare un giudizio più o meno obiettivo su una sua trasposizione. Tim Burton ha "stravolto" da capo a piedi una colonna portante della mia crescita, tanto per capirsi. Non si è confrontato con un libro qualunque. Ha "rubato" il mio. Lo ha "rubato" per poi "stravolgerlo".
Ha preso la storia di una bimbetta ingenua che finisce nel mondo del non-sense e l'ha trasformata in quella di una giovane donna che deve sconfiggere un drago per trovare se stessa e capire cosa vuole dalla vita. Smorzando parecchio la componente ludico-surreale propria dell'opera di Carroll, il regista statunitense ha reso Alice una sorta di film fantasy che è anche "romanzo di formazione". Nel far questo ha tramutato lo stregatto, originariamente un po' "infido e bastardo", in un simpatico e affettuoso micione che appare e scompare; ha preso il cappellaio matto e lo ha rivisitato in chiave decisamente romantica; ha aggiunto personaggi inesistenti e ha condito il tutto con toni vagamente dark-gotici (siamo comunque ben lontani dal classico stile dark alla Burton).
Insomma, come capirete la rivisitazione è bella forte. Fin qui nulla di male: basta superare lo straniamento iniziale, provare a svincolarsi dal classico atteggiamento da "fanatico dell'opera originale". Il problema è un altro: il risultato finale lascia interdetti. Non si capisce dove voglia andare a parare. Per lo meno, io credo di non averlo compreso. Qualcuno che era al cinema con me ha commentato: "è una commercialata, Burton non doveva tornare alla Disney".
Francamente mi pare sbrigativo vederla così. Se Burton ha rivisitato in questo modo i due libri di Carroll son convinta che lo abbia fatto per motivi diversi dal botteghino. Son convinta che ci abbia creduto, che abbia voluto aggiungere qualcosa ai due romanzi, dandone una sua chiave di lettura. Mi spiace però non aver afferrato quale sia la chiave.

Augurate la buonanotte al cattivo

Sono stata a vedere Alice, ma stasera non ve ne parlo. Devo ancora capire se mi sia piaciuto o meno, se sia un film cattivo oppure no.
Cattivo... com'è difficile definire chi/cosa è cattivo e chi/cosa no... Oscar Wilde diceva che non esistono i buoni e i cattivi ma solo le persone piacevoli e quelle spiacevoli, se ricordo bene. Voi che ne pensate? Si può applicare anche a un film questa regola?
Stasera mi va di salutarvi con questo interrogativo.
Buonanotte affezionati lettori: fate sogni d'oro e augurate la buonanotte al cattivo. Sempre che riusciate a riconoscerlo.


Che avete da guardare? Siete solo una manica di coglioni. Sapete perché? Perché non avete il fegato per stare dove vorreste stare. Voi avete bisogno di gente come me. Vi serve la gente come me, così potete puntare il vostro dito del ca**o e dire Quello è un uomo cattivo. Beh? E dopo come vi sentite, buoni? Voi non siete buoni. Sapete solo nascondervi, solo dire bugie. Io non ho questo problema. Io dico sempre la verità, anche quando dico le bugie. Coraggio, augurate la buona notte al cattivo, coraggio. È l'ultima volta che lo vedete un cattivo come me, ve lo dico io. Forza, fate passare l'uomo cattivo. Attenti sta arrivando il cattivo

Scarface

domenica 7 marzo 2010

Per la serie "S'è fatta 'na certa..."

Tempo fa avevo un forum. Lo gestivo con alcuni amici. Poi ci siamo stufati e lo abbiamo chiuso. Una delle cose che mi divertivano di più in quel forum era scrivere nel topic cosidetto "dei nottambuli" (ci si poteva scrivere solo dopo la mezzanotte) e dare la buonanotte ad amici e lettori vari. Ogni sera cercavo di inventarmi modi diversi e originali per dire buonanotte. 
Ebbene, ho pensato che potrei farlo anche qui. Non tutte le sere, sia chiaro. Solo qualche volta.

Casomai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buonasera e buonanotte!  The Truman Show

venerdì 5 marzo 2010

Invictus, provare a scrivere una recensione a modino

Devo scrivere una recensione. Ma questa volta non una recensione qualunque. Una recensione da consegnare a Claudio Carabba - ebbene si, avete capito bene - il prossimo giovedì mattina. Sto partecipando, infatti, a un laboratorio universitario curato da lui e come compito a casa ho da recensire un film a mia scelta uscito di recente. Inutile dire che la cosa mi mette vagamente in soggezione: un conto è scribacchiare qualche commento su un blog letto da tre gatti, un conto è scrivere una pagina da far valutare a un critico di quelli seri, di quelli che di cinema ne sanno un casino, per intendersi.
Ad ogni modo, niente panico, so che posso farcela. Il film ce l'ho, e questo è già molto. Ho decisodi parlare di Invictus, film che peraltro non mi ha esattamente convinto. Quello che ancora non ho è il testo.
Ebbene, cosa si può dire su Invictus? L'ultimo film di Clint Eastwood racconda come, a metà degli anni '90, il presidente Nelson Mandela, appena uscito dal carcere, abbia fatto del rugby uno strumento di pace, di costruzione di un'identità nazionale.
Film in in bilico tra il biografico e lo sportivo, Invictus costruisce una vera e propria agiografia del personaggio di Mandela: malgrado questi venga definito "non un santo, ma un uomo con i problemi di un uomo", durante le oltre due ore di film Estawood a mala accenna a quei problemi di uomo. Preferisce concentrarsi sulla levatura morale del presidente, sulla sua intelligenza e soprattutto sulla sua straordinaria umanità. Purtroppo questa scelta svilisce parecchio il film, appiattendolo sul fronte narrativo. Le sequenze sportive son belle e emozionanti, degne di un gran regista; Morgan Freeman nei panni di Mandela ha  molto carisma, questo è indubbio. Qualcosa però non convince: il film non ha lo spessore ed il fascino di altri grandi capolavori come  Mystic River o Million Dollar Baby.
Che dite, missione compiuta?

mercoledì 3 marzo 2010

La rivolta delle ex

E' alto, prestante, bello. Però è pure un po' stronzo. Anzi parecchio. Un bel giorno si ritrova a fare i conti con i fantasmi di tutte le donne che ha ferito e diventa così un uomo nuovo. Si redime, insomma.
Commedia scontatissima, noisosa e sostanzialmente, come diversi critici hanno notato, piuttosto reazionaria. Da evitare, anche nelle domeniche piovose.

domenica 28 febbraio 2010

La prima cosa bella

L'introverso e infelice Bruno, insegnante presso un istituto tecnico romano, torna nella città natale, Livorno, ad assistere la madre gravemente malata di tumore. Durante la trasferta fa i conti con il suo passato, con la sua famiglia, e con tutto ciò da cui è fuggito anni addietro.
La prima cosa bella è un film, come molti prima di me hanno già detto, dal gusto dolce e amaro. Può far ridere, e può far piangere. Gli piace vincere facile, è vero. Però in un modo o in un altro colpisce, questo non lo si può negare.
Personalmente posso dire di aver riso parecchio davanti a questo film. Anche laddove ci sarebbe stato da piangere lo straordinario Valerio Mastandrea è riuscito a farmi ridere. D'altronde Valerio mi fa sempre schiantare, c'è poco da fare. In questo film poi è di una bravura incredibile.
Senza il suo sguardo un po' da cane bastonato, senza quel suo aggirarsi silenzioso tra la folla con l'aria di chi si sente perennemente a disagio, l'ultimo film di Virzì perderebbe diversi punti. Tutto il cast è meritevole, dalla Sandrelli, alla Pandolfi, ma Mastandrea spicca senza ogni dubbio.

martedì 23 febbraio 2010

Avatar, il pippone

Vi ho avvertito: scrivere tutto quello che c'è da scrivere su Avatar significa propinare ai lettori un pippone infinito. In questa sede non ho voluto farlo. Se però qualcuno di voi fosse tanto masochista da volersi sorbire pure il pippone... Qui trovate un mio articolo più approfondito.

lunedì 22 febbraio 2010

Il concerto

Mi vengono in mente tre cose da dire su questa commedia: piacevole, piuttosto furbetta, talvolta un po' sopra le righe.
Non mancano le occasioni per farsi due risate o per commuoversi, sia chiaro, però il film qualche difettuccio francamente ce l'ha (mette troppa carne al fuoco, ad esempio). Carino, insomma. Non aggiungerei altro. La cosa più  bella è senza dubbio la musica.

giovedì 18 febbraio 2010

Sesso, sesso, sesso... che noia!

Gad Lerner scrive sul suo blog, a proposito dell'esibizione sanremese della spogliarellista Dita Vonn Teese:
"Sono contrario all’uso ornamentale e accessorio del corpo della donna in tv, ma non sono un bacchettone incapace di apprezzare lo strip artistico, ironico e sensuale di una donna astuta e intelligente."
Ecco, neppure io mi sento bacchettona, onestamente, però credo che ormai si sia tutti talmente subissati di immagini trasudanti sesso, da non poter più discernere quelle belle da quelle brutte, quelle artistiche da quelle volgari, quelle ironiche da quelle serie. Mi compiaccio con Gad se lui ancora ci riesce. A me non riesce più. Una bella immagine va sempre difesa, sia chiaro, ma questa bellezza si confonde in un magma di squallore, ignoranza, volgarità... mi domando che senso abbia. Sarà stato anche bello lo spogliarello di Dita Voon Teese, non lo metto in dubbio, solo che di donne nude, in un modo o nell'altro, non se ne può più. Io, da spettatrice femminile, sono stufa, ancor più che indignata o offesa. Stufa di vedere la nudità in tutte le sue forme, alte o basse che siano. Stufa dell'ostentazione della sensualità, degli ammiccamenti... di tutto ciò che rimanda più o meno esplicitamente al sesso. Mi domando come facciano a non essere stufi gli uomini, a dirla tutta. L'iperfetazione di immagini più o meno forti rende il sesso quanto di più noioso esista al mondo. La trasgressione viene completamente annullata da questo bombardamento costante di riferimenti, talvolta velati, talvolta palesi. Trovo tutto ciò molto molto triste. Non sarebbe forse l'ora di abbozzarla?
 
 
P.S.: ero tentata di mettere un'immagine dello spogliarello, accanto al post. Ma ho cambiato idea. Se c'è una cosa che cerco di evitare è proprio questa, annoiare i miei pochi fedeli lettori.

martedì 16 febbraio 2010

Motel Woodstock

Son d'accordo con Maurizio Porro, "da qualunque parte lo si prenda, sociologica o romantica o sessuale, il film di Ang Lee è bello, divertente, originale".
Certo, se volete un film sulla musica cascate male: il regista fa a mala pena intravedere il concerto. Si concentra piuttosto sulla cornice, su tutto ciò che ruota e che ha ruotato attorno a questi tre giorni di musica e pace. Lo fa però in modo delizioso, strappando diversi sorrisi e molta tenerezza. Motel Woodstock è un film delicato, soffice, estremamente rispettoso; ha un tocco di una straordinaria lievità. Da vedere, si.

lunedì 15 febbraio 2010

Tra le nuvole

Se Tra le nuvole, di Jason Reitman, voleva parlare della
disoccupazione, direi che il film è riuscito piuttosto male. Diversi critici, in effetti, hanno sottolineato come questa commedia rifletta amaramente sulla tragica realtà di chi perde il proprio lavoro. A mio avviso questo film parla di ben altro. E' una commedia amara, è vero; di un cinismo disarmante. Ma non riflette sulla realtà della disoccupazione, bensì su quella della solitudine dell'essere umano. Tra le nuvole racconta le incertezze della società moderna, il suo nichilismo, la mancanza dei punti fermi. Il protagonista Ryan Bingham, specialista del licenziamento, è un uomo di mezza età che ha fatto dell'isolamento una scelta di vita. Non vuole legami, perché i legami pesano, il peso impedisce di muoversi e "più lentamente si vive più velocemente si muore: non siamo cicogne zoppe, siamo squali!".  Ryan affronta la vita privata con lo stesso cinismo con cui svolge il suo lavoro di tagliatore di teste: se ne sbatte di tutto. Sostanzialmente rifiuta ogni responsabilità. Il suo unico obiettivo nella vita è raccogliere più miglia (e quindi più bonus) possibili, volando a giro per il mondo - il suo lavoro lo obbliga a viaggiare 322 giorni all'anno. A lui basta poco per stare bene: essere vestito di tutto punto, ottimizzare al massimo il tempo, fare le cose con dignità. Ma quella che lui definisce dignità è in realtà pura apparenza, tanto è vero che quando una delle persone licenziate finirà col suicidarsi, sarà la giovane collega rampante, apparentemente stupida e spietata, ad avere rimorsi di coscienza. Lui andrà avanti per la sua strada, come nulla fosse. Neppure la relazione con Alex, fascinosa donna incontrata durante un viaggio, riesce a cambiare le cose. Neppure l'amore fa vacillare le certezze di Ryan. O meglio, l'amore fa vacillare per un attimo le sue certezze ma la dura realtà lo riporta ben presto alla vita di sempre, al cinismo più accanito e al vuoto valoriale. Chi semina vento raccoglie tempesta, dice un proverbio. In un certo senso si può leggere così, Ryan ottiene ciò che ha meritato. Niente lieto fine, insomma, per un protagonista freddo e insensibile. Ma c'è pure un'altra lettura possibile:  Ryan resta solo perché tutto sommato ha ragione lui, da soli si sta meglio. Anche chi sembrava aver qualcosa da offrire si rivela una delusione. L'unico legame che sembrava valer la pena di vivere si rivela una colossale fregatura.
Juno, il film precedente di Reitman, era un graziosissimo inno alla vita, un elogio di quel tepore che solo la  famiglia può dare. Tra le nuvole ci mostra l'altra faccia della medaglia. Se Juno lasciava lo spettatore con un sorriso sulla bocca, questo film ha un retrogusto (nemmeno troppo retro) amaro come la pece.

domenica 14 febbraio 2010

St. Trinian's

Commediola grottesca, leggermente irriverente, con colori e fotografia da videoclip. Un filmetto britannico senza troppo impegno ma che talvolta diverte. I personaggi son volutamente macchiettistici e diverse scene d'azione rimandano ai fumetti dei super eroi. Il cast è degno di nota. Splendido, in particolare, Rupert Everett nel suo doppio ruolo, di uomo (il padre della giovane protagonista che finisce in un college un po' malfamato) e di donna (la direttrice della scuola). Autoironico Colin Firth nel ruolo di ministro dell'istruzione.

venerdì 12 febbraio 2010

Il servo

Di capolavori la storia del cinema ce ne ha dati tanti. Potrei elencarne qualche decina, tra quelli che ho avuto il piacere di vedere in venticinque anni di vita, ma certamente il mio elenco sarebbe tutto fuorché esaustivo. Il fatto che Il servo rientri a pieno titolo nella lista spiega però solo in parte il mio enorme entusiasmo. Di film grandiosi ce ne sono tanti, come dicevo, ma alle volte capita di vederne qualcuno che tocca le nostre corde in modo particolare. Ecco, per me Il servo è uno di questi casi.  
Vuoi perché ha un'atmosfera da thriller (anche se di thriller non si può parlare), vuoi perché narra una storia cupa, morbosa, direi dissoluta (quel genere di storia che amo particolarmente), vuoi perché è un film dalla straordinaria sobrietà, fatto sta che quando è arrivata la scritta fine, mi son detta che lo avrei rivisto da capo con piacere. E son pure sicura che nel caso lo avessi fatto, non mi sarei annoiata.
Il servo racconta la vicenda di un giovane aristocratico britannico gradualmente soggiogato dal suo maggiordomo. Anzi, mi correggo, racconta di una duplice autodistruzione; racconta di due uomini, accomunati da una profonda solitudine, che finiscono in una spirale di abbrutimento, decadenza e depravazione. Il protagonista, emblema dell'immaturità e del vuoto affettivo che caraterizza spesso l'aristocrazia, è un tizio fragile e disperato: abusa dell'alcol, non sa muovere un dito senza qualcuno che lo aiuti, sta con una donna fredda e assai pallosa. E' un uomo che ha tutto, ma che non controlla niente. Il maggiordomo, che inizialmente si cala alla perfezione nel suo ruolo, comprende in breve tempo la debolezza del ricco padrone e decide di approfittarsene, ma finisce in un vortice fuori dal suo controllo. Losey mette in scena, adattando uno scritto di Pinter, la perfetta metafora dei rapporti di classe, e lo fa con uno stile barocco semplicemente impeccabile. Mi direte voi, si può esser barocchi restando sobri? Ebbene si, Losey ci riesce. Tutto in questo suo film è eccessivo, in un certo senso; eppure tutto è al contempo molto calibrato.  Personaggi e ambienti, al di là dell'apparente compostezza, covano il germe della follia. L'atmosfera è a dir poco torbida ma lo stile è privo di qualsiasi sbavatura. Non c'è un solo dialogo fuori posto, una sola inquadratura che non funzioni.  L'uso della profondità di campo è magistrale, e i giochi di luci ed ombre hanno un fascino incredibile.  Molte sequenze mi hanno fatto venire i brividi ma se ve le racconto tutte non vi passa più e poi rischio di rovinarvi la sorpresa, qualora ancora non vi siate decisi a vederlo.

domenica 7 febbraio 2010

Avatar

Non voglio dilungarmi su questo film. Non perché non meriti diverse considerazioni ma perché scriverle tutte  vorrebbe dire annoiarvi con pipponi infiniti che onestamente credo non meritiate. Preferisco andare sul sintetico, tanto chi vuole approfondire avrà modo di farlo altrove.
Avatar è un film western tecnologicamente avanzato. Ripropone i miti classici di ogni western; ha la spiccata tendenza al racconto moraleggiante tipica dei classici western; separa nettamente i buoni e i cattivi come ogni western. A mio avviso il difetto principale di questo film è la lunghezza. Il troppo stroppia, direbbe Mary Poppins. Le cose veramente belle della vita non dovrebbero mai durare quasi tre ore. Ci si annoia a fare qualsiasi cosa in tre ore, anche le cose più gratificanti. E vedere un film in genere non fa eccezione. Un film di quasi tre ore che sia capace di non farti guardare l'orologio è cosa rara, rarissima direi. Avatar non è fra questi.

venerdì 5 febbraio 2010

Mi sono innamorata

Ho visto Il servo (1963), di Joseph Losey. Credo di essermi innamorata di questo regista. Il mio obiettivo futuro sarà conoscere tutto ciò che ha girato.
Ora vado a dormire, s'è fatta 'na certa. Però vi avverto: di questo film se ne riparla a breve. Voi intanto guardatevelo.   

venerdì 29 gennaio 2010

I giorni dell'abbandono

Quanto ha ragione Roberto Faenza: l'abbandono è qualcosa che devasta. Il dolore può trasformarci al punto tale da farci far cose che mai avremmo immaginato di fare. Quando ci si sente traditi, umiliati, feriti nell'orgoglio si finisce col perdere se stessi. Se viene meno la fiducia in chi si ama viene meno ogni certezza. Di punto in bianco tutto ciò che conta sembra sgretolarsi e allora parte il meccanismo di negazione; poi si reagisce con rabbia o ci si butta su un letto restando inermi per ore; poi ancora si urla, ci si dispera, ci si incazza come iene... si va fuori di testa, c'è poco da fare.
Roberto Faenza, con I giorni dell'abbandono, ci racconta tutto questo: una donna di mezza età  improvvisamente annichilata dal tradimento del marito. Un'esistenza distrutta, disintegrata. Peccato però che il regista non riesca a tessere il suo racconto senza ricorrere a visioni simboliche di dubbio gusto, luoghi comuni di ogni genere e dialoghi imbarazzantemente finti. Margherita Buy e Luca Zingaretti son bravissimi, ma molte scene tra l'onirico e l'allucinatorio abbassano un po' il livello del film e certi dialoghi, specie quelli dei bambini, fanno quasi impallidire.
Ancora una volta, davanti a un film italiano, ho la sensazione che non si riesca mai ad uscire dal cliché. Che peccato!

mercoledì 27 gennaio 2010

Moon

Sam Bell, un' astronauta, deve stare tre anni da solo sulla luna, a lavorare per una società energetica, Lunar, che raccoglie elio 3, risorsa fondamentale per la sopravvivenza della terra. All'interno della base, Sam è circondato dalla tecnologia - un robot di nome Gerty lo aiuta in ogni situazione -, ma vive nella solitudine più estrema. Può comunicare con il mondo ma sempre per via indiretta, attraverso messaggi registrati: un guasto satellitare gli impedisce di avere conversazioni dal vivo con la moglie o la figlia. Fin qui niente di nuovo. Ci troviamo davanti al classico film di fantascienza che affronta il complesso rapporto tra gli uomini e le macchine. Un po' 2001 Odissea nello spazio, per intendersi. Un giorno però Sam ha un incidente sul lavoro e da quel momento tutto cambia. Quello che succede non lo svelo perché non voglio rovinare a nessuno il gusto della visione. Ciò che posso dirvi, però, è che quest'opera prima del figlio di David Bowie improvvisamente muta registro e ci fa interrogare sul rapporto che ognuno di noi ha con se stesso, con la propria identità.
Film claustrofobico, minimalista, scevro da effetti speciali, ma senza dubbio (forse proprio per questo, chissà) capace di far riflettere. E scusate se è poco.

sabato 23 gennaio 2010

Valzer con Bashir

Quando il cinema si confronta con la guerra, di solito lo fa tendendo al massimo realismo. Fa strano pensare a un film d'animazione che parli di guerra; fa strano pensare a un film di guerra che non sia intriso di sangue ed effetti speciali a palla.
In effetti, a onor del vero, Valzer con Bashir, opera del regista israeliano Ari Folman, non è esattamente un film di guerra; non è neppure un film contro la guerra, malgrado il messaggio pacifista si faccia sentire, e anche bello forte. E' un film sulla memoria e sui vari meccanismi che la mente umana mette in atto per proteggere l'uomo dal ricordo di orrori e violenze inaccettabili. Gli orrori in questione sono quelli della guerra in Libano, avvenuta nei primi anni '80. Quella guerra che ha visto migliaia di palestinesi cadere vittime dei falangisti cristiani libanesi, con la complicità del governo israeliano.
Il film, realizzato con disegni scarni ed essenziali, è una sorta di documentario, una raccolta di testimonianze di ex soldati, che cercano con fatica di ricordare momenti drammatici della loro esperienza in guerra.
Di sangue, come dicevo, se ne vede ben poco. L'iper-realismo è lontano anni luce. Le immagini sono semplici, estremamente sobrie: eppure hanno una forza notevole, forse proprio perché appaiono per noi inconsuete. Complimenti, insomma, ad Ari Folman non soltanto per quello che ha deciso di dire, ma soprattutto per l'originalità con cui ha saputo dirlo. Bella la scelta di concludere il film con una serie di fotografie di repertorio che mostrano il massacro. Il passaggio dai disegni alle foto è un vero e proprio pugno nello stomaco.

venerdì 22 gennaio 2010

Soul kitchen

Due sere fa ho visto Soul kitchen, commedia turco tedesca dedicata alla città di Amburgo. Ne avevo sentito parlare parecchio, ed ero molto curiosa: sembrava essere, a detta della critica, una commedia da non potersi perdere. Onestamente non è così. E' un film carino, come ce ne sono tanti. Nulla di più e nulla di meno.